Lo scioglimento giudiziale della comunione ereditaria

Questo breve articolo ha come fine quello di chiarire agli utenti della Giustizia le fasi essenziali in cui si articola lo scioglimento giudiziale della comunione ereditaria, sia pure in modo non esaustivo, data la complessità e lo sconfinato campo di istituti giuridici che ad esso sono connessi, laddove tra i coeredi non ci sia un accordo per la definizione bonaria della divisione.
Le controversie aventi ad oggetto lo scioglimento della comunione ereditaria non solo richiedono tempi molto lunghi per la loro definizione, ma sono anche tra le più costose per i clienti.
E’ ciò, sia ben chiaro, non solo e non tanto per l’onorario da corrispondere all’avvocato, ma per le spese necessarie che il cliente è costretto a sopportare per ottenere la propria quota ereditaria.
Volendoci limitare solo a quelle necessarie per iniziare la causa contro gli altri condividenti-coeredi, si pensi ai costi legati alla ricerca presso le Conservatorie dei Registri Immobiliari dei titoli, quali compravendite, donazioni o provvedimenti giudiziali che attribuiscono la proprietà di un bene, necessarie per ricostruire l’asse ereditario del de cuius (“de cuius” letteralmente significa “colui della cui eredità si tratta” e, in pratica, indica la persona defunta che ha lasciato un’eredità), che andrà diviso tra i coeredi, l’estrazione degli stessi titoli, presso i notai, se ancora in vita, o dopo la morte del notaio rogante, presso gli archivi notarili, estrazione che dovrà avvenire con le necessarie formalità per poter essere utilizzate nel corso del giudizio, le tasse da versare all’erario, a partire dall’imposta di successione dopo la morte del proprio congiunto, le volture catastali, la documentazione probante l’accettazione espressa o tacita dell’eredità da parte degli altri chiamati all’eredità, certificazioni estratte dall’ufficio anagrafe dei Comuni, mediazione obbligatoria, trascrizione della domanda giudiziale.
Ciò, rende l’idea di quanto sia conveniente provare a raggiungere un accordo con gli altri familiari-coeredi al fine di risolvere bonariamente la nascitura controversia, già all’atto del conferimento dell’incarico all’avvocato, oppure davanti al mediatore. E’ ovvio che anche la composizione bonaria avrà costi elevati, ma di certo di gran lunga inferiori a quelli afferenti al giudizio.
In questo primo articolo su questo interessante tema ci si limiterà all’ipotesi in cui il de cuius non abbia disposto delle sue sostanze mediante un testamento e che la divisione della comunione avvenga secondo le disposizione della successione legittima, in tal caso, i chiamati all’eredità e le quote ereditarie sono espressamente indicati dal legislatore nel codice civile secondo un preciso ordine dipendente dal grado di parentela degli stessi con il de cuius e dal rapporto di coniugo con lo stesso.
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Ai sensi dell’art. 1100 c.c. la comunione è la situazione che si determina quando la proprietà o altro diritto reale spetta in comune a più persone.
La divisione della comunione ereditaria è lo strumento giuridico mediante il quale le quote dei partecipanti alla comunione, che durante lo stato della comunione sono indivise e per tanto “ideali”, vengono convertite in quote concrete da assegnare ai coeredi.
Come già chiarito, nel caso di successione legittima esse sono determinate dal codice civile negli artt. 566 e seguenti, in virtù del grado di parentela e del rapporto di coniugio che lega i chiamati all’eredità al de cuius. In tal modo, ciascuno dei soggetti che partecipano alla comunione ottiene la proprietà esclusiva del bene o dei beni che erano comuni.
Disposizione cardine in materia è l’art. 713, comma 1, c.c. “I coeredi possono sempre domandare la divisione”. Aggiunge l’art. 714 c.c. “Può domandarsi la divisione anche quando uno o più coeredi hanno goduto separatamente parte dei beni ereditari, salvo che si sia verificata l’usucapione per effetto di possesso esclusivo”.

I. Il chiamato all’eredità e l’erede
Nella parte introduttiva sono stati menzionati “i chiamati all’eredità” e i “gli eredi”, questo è sicuramente un punto fondamentale da chiarire preliminarmente per comprendere come funzioni lo strumento dello scioglimento giudiziale dell’eredità, sebbene andrà sintetizzato nei limiti del possibile.
Affinché si abbia una comunione ereditaria è necessario che vi siano più eredi, cioè più successori del de cuius che abbiano accettato l’eredità, divenendo così comproprietari, in base alla loro quota di spettanza, dell’asse ereditario.
Il chiamato all’eredità è colui al quale, in base alle disposizione della successione legittima, viene offerta l’eredità, ma che non ha ancora manifestato l’intenzione di accettarla o di rinunziarvi e, dunque, non l’ha attualmente acquistata.
L’art. 459 c.c. ci dice che l’eredità si acquista con l’accettazione e questa, se avviene, ha effetto sin dal momento dell’apertura della successione.
Questa disposizione mira a realizzare due distinti effetti: a) evitare che i chiamati all’eredità diventino eredi anche quando non vogliano; b) far risalire al momento dell’apertura della successione, cioè alla morte del de cuius, l’accettazione, in modo che non vi sia soluzione di continuità nella titolarità del suo patrimonio.
Solo con l’accettazione dell’eredità i chiamati all’eredità subentreranno nell’universalità dei rapporti che facevano capo al defunto, in linea di massima in tutti i suoi diritti patrimoniali, così come nei suoi debiti, ciascuno, come già precisato, per la propria quota di spettanza.
L’accettazione dell’eredità può essere espressa o tacita, semplice o con beneficio di inventario.
L’accettazione espressa consiste in una dichiarazione espressa di volontà, che deve rivestire necessariamente la forma dell’atto pubblico. Essa può avvenire anche innanzi al cancelliere dell’ufficio di volontaria giurisdizione del Tribunale nel cui circondario aveva l’ultima residenza il de cuius, e non necessita del patrocinio di una avvocato. Fermo restando che va trascritta presso la competente Conservatoria dei Registri Immobiliari. Ciò consentirà di ridurre i costi rispetto alla procedura di accettazione espressa innanzi al notaio.
L’accettazione tacita ricorre quando il chiamato compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare l’eredità. E’ bene precisare che l’attività del chiamato deve essere un atto di gestione o di disposizione dei beni ereditari, incompatibili con la volonta di rinunziarvi. Ed infatti, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, essa non si realizza ove il chiamato compia atti di natura conservatoria, che possono essere compiuti, comunque, ai sensi dell’art. 460 c.c. anche dai chiamati all’eredità, per garantire che il patrimonio del defunto rimanga inalterato fino all’eventuale esercizio del loro diritto di accettazione.
Si è detto che l’erede subentra anche nella posizione debitoria del de cuius.
Proprio al fine di tutelare il patrimonio dell’erede rispetto ai creditori personali del de cuius, il codice civile all’art. 484 c.c. prevede l’accettazione col beneficio d’inventario, che in taluni casi non è una facoltà dell’accettante, ma un onere, come accade quando l’eredità venga accettata dai minori, dagli interdetti, dagli inabilitati o dalle persone giuridiche. In tal caso, ad eccezione delle persone giuridiche, occorrerà l’autorizzazione del Giudice tutelare ai sensi dell’art. 320, comma 3, c.c.
Ciò, volendo semplificare al massimo, significa determinare la separazione del patrimonio del defunto da quello dell’erede, sicché l’erede pagherà i debiti ereditari, (quelli contratti in vita dal de cuius) entro il valore della quota ereditata; non solo, egli potrà pagare i debiti direttamente con i beni ereditari e non con quelli propri.
Anche il beneficio d’inventario può essere richiesto all’ufficio della volontaria girisdizione, Il Giudice nominerà il cancelliere che si recherà sul posto, in presenza di almeno due testimoni, per fare l’inventario. Successivamente, però, bisognerà registrare l’inventario all’ Agenzia delle Entrate, pagando l’imposta di registro.
Vi sono, inoltre, alcune situazioni che determinano l’acquisto dell’eredità senza bisogno di un atto di accettazione, né espressa, né tacita, che vengono definite “accettazioni presunte”.
La più importante e anche la più frequente è quella prevista dall’art. 485 c.c.
Si tratta dell’ipotesi in cui i chiamati all’eredità si trovino, a qualsiasi titolo, nel possesso dei beni ereditari ed entro tre mesi dalla morte del de cuius, o da quando ne hanno avuto notizia, non hanno redatto il beneficio di inventario. Ove sia decorso il citato termine senza che l’inventario sia stato compiuto “il chiamato all’eredità si considera erede puro e semplice”.
Su questa disposizione, tanto in dottrina, quanto in giurisprudenza, si è scritto tantissimo (specie in rapporto all’actio interrogatoria di cui si dirà appresso), è sufficiente in questa sede precisare che sebbene il possesso di cui all’art. 485 c.c. non deve essere inteso come un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà (in deroga quindi a quanto prevede l’art. 1140 c.c.), occorre che vi sia comunque l’esercizio di concreti poteri sul bene. Pertanto, sarà onere del coerede che chiede la divisione provare non la semplice residenza (onere che potrebbe essere assolto con un certificato storico di residenza), ma bensì l’utilizzo del bene ereditario. Si pensi al pagamento delle bollette per la fornitura di energia elettrica, oppure alla richiesta di rateizzazione da parte di uno dei chiamati all’eredità dei tributi erariali dovuti dal de cuius relativi all’immobile caduti nell’asse ereditario. Tali documenti, invece, non sarebbero sufficienti a provare l’accettazione tacita dell’eredità, dovendosi in tal caso dimostrare che i chiamati all’eredità hanno compiuto atti che avrebbero potuto compiere solo in quanto eredi e, pertanto, incompatibili con la volontà di rinunziare all’eredità.
Altre ipotesi di accettazione tacita sono previste dall’art. 477 c.c. e si verificano nel caso in cui il chiamato all’eredità abbia donato, venduto o disposto la cessione “dei suoi diritti di successione ad un estraneo o a tutti gli altri chiamti o ad alcuno di questi”.
Ove nel corso del giudizio i convenuti chiamati all’eredità non abbiamo partecipato alla mediazione obbligatoria o non si siano costituiti in giudizio (ciò che varrebbe ad integrare la fattispecie dell’accettazione tacita), rimanendo contumaci, non vi sia rinunzia all’eredità, non vi siano prove sufficienti per dimostrare l’accettazione tacita, né risulti che essi si trovino nel possesso del bene ereditario, essendo la qualità di coeredi degli altri condividenti questione pregiudiziale, il Giudice richiederà l’integrazione del contradditorio versandosi in un’ipotesi di litisconsorzio necessario, onerando la parte attrice di provare la qualità di eredi dei convenuti.
A questo punto, per non rischiare il rigetto della domanda, si potrà chiedere al Giudice istruttore la sospensione del giudizio e procedere con un’ actio interrogatoria ai sensi dell’art. 481 c.c.
Detto con parole più semplici, si dovrà proporre un ricorso (ricorso che non deve essere trascritto presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari) al Tribunale in cui si è aperta la successione ereditaria. In seguito, il Giudice (designato dal Tribunale) emettarà un decreto nel quale fisserà l’udienza di comparizione dei chiamati all’eredità, stabilendo il termine entro il quale il ricorso e il decreto andranno notificati a cura dell’attore ai chiamati all’eredità. Ove questi non compaiano per rendere la dichiarazione di accettazione o di rinunzia all’eredità, essi perderanno il diritto di accettare l’eredità. E’ evidente che, a prescindere dalla pendenza o meno di una causa, l’actio interrogatoria ha come fine quello di evitare di attendere il decorso di dieci anni perché si abbia la prescrizione del diritto di accettazione da parte dei chiamati all’eredità.

II. Le modalità della divisione ereditaria
Il diritto allo scioglimento della comunione ereditaria attribuito a ciascun coerede dall’art. 713 c.c. non è soggetto a prescrizione in quanto destinato a durare finché dura la comunione. Esso può essere esercitato in ogni momento.
Tuttavia, iniziato il giudizio di divisione il Giudice può disporre una dilazione della divisione nel caso che l’immediato scioglimento pregiudichi gli interessi degli altri condividenti- coeredi.
La divisione avviene secondo due distinte modalità a seconda che sorgano contestazioni o meno sul diritto alla divisione.
Nel primo caso, se ad esempio uno dei condividenti nega il diritto di comproprietà o il diritto ad ottenere la divisione dell’attore o di altro condividente, essendovi una questione pregiudiziale alla divisione, il Giudice dovrà procedere secondo le forme del processo di cognizione ordinaria e definire la questione pregiudiziale con una sentenza non definitiva, che prelude alle successive fasi dell’operazioni di divisione.
Nel secondo caso, se non vi sono contestazioni, la divisione è disposta dal Giudice istruttore con ordinanza. Le successive operazioni possono essere effettuate direttamente da Giudice (ipotesi che nella prassi difficilmente si verifica), oppure essere delegate generalmente ad un notaio.
Le modalità con cui deve avvenire la divisione sono previste dal codice civile in modo tassativo negli artt. 719 e ss c.c.: a) divisione in natura; b) divisione in natura con conguagli in denaro; c) vendita dei beni e successiva distribuzione del prezzo ricavato; d) attribuzione dell’intero del bene comune ad alcuni dei condividenti con addebito dell’eccedenza a chi chiede l’attribuzione.
Comunque la divisione avvenga, essa incide solo sui beni che compongono il patrimonio ereditario, poiché alla quota indivisa si sostituisce un’attribuzione che ne eguaglia il valore, che sia un bene o, in caso di vendita, una somma di denaro.
Ciò che condiziona le modalità della divisione è l’ipotesi in cui i beni mobili e quelli immobili da dividere “non siano comodamenti divisibili”, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene e la divisione dell’intero non possa effettuarsi senza il loro frazionamento, o peggio ancora, siano“non divisibili”. In tale ipotesi, il coerede attore non potrà chiedere la sua parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità.
Secondo la Cassazione civile, sentenza  n. 25888 del 2016, “l’art. 718 c.c., in virtù del quale ciascun coerede ha il diritto di conseguire in natura la parte dei beni a lui spettanti con le modalità stabilite nei successivi artt. 726 e 727 c.c., trova deroga, ai sensi dell’art. 720 c.c., non solo nel caso di mera “non divisibilità” dei beni, ma anche in ogni ipotesi in cui gli stessi non siano “comodamente” divisibili e, cioè, allorché, pur risultando il frazionamento materialmente possibile sotto l’aspetto strutturale, non siano tuttavia realizzabili porzioni suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessive, e non richiedenti opere complesse o di notevole costo, ovvero porzioni che, sotto l’aspetto economico-funzionale, risulterebbero sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero”.
Stando così le cose, non potrà che procedersi alla vendita dei beni ereditari che avverà secondo le disposizioni delle norme in materia di esecuzione forzata, limitatamente alle modalità esecutive della vendita ed il ricavato della vendita sarà ripartito in base alle quote di spettanza dei condividenti-coeredi.
Una volta superati questi eventuali ostacoli, il Giudice istruttore o il professionasta da lui delegato predisporanno il progetto di divisione. Se esso è predisposto dal Giudice istruttore, così come prevede l’art 789, comma 1, c.p.c., questi lo deposita in cancelleria e fissa con decreto un’udienza nel corso della quale si discuterà del progetto di divisione, ordinando la comparizione dei condividenti e dei creditori intervenuti.
Il terzo comma del succitato articolo prevede che se anche in relazione al progetto di divisione non sorgono contestazioni, il Giudice istruttore “con ordinanza non impugnabile, dichiara esecutivo il progetto, altrimenti provvede a norma dellart. 187 c.p.c.”. Il che significa che potrebbe porsi un’ulteriore questione pregiudiziale, avente ad oggetto, in questo caso, la contestazione del progetto, che il Giudice istruttore dovrà decidere ancora una volta con sentenza non definitiva.
Intervenuto l’accordo dei condividenti sul progetto di divisione, o decisa la contestazione sul medesimo, il professionista delegato deve dare avviso ai condividenti e ai creditori intervenuti, almeno cinque giorni prima, del luogo, giorno e ora in cui le operazioni avranno inizio e che sulle eventuali contestazioni in ordine alle operazioni di divisioni provvederà il Giudice istruttore con ordinanza.
Solo in questa fase avviene la formazione dei lotti da assegnare ai condividenti, fase, di cui il professionista delegato dovrà redigere un processo verbale.
A questo punto, come prevde l’ultimo comma dell’art. 791 c.p.c. “L’estrazione dei lotti non può avvenire se non in base a ordinanza del Giudice […] o a sentenza passata in giudicato”.