La sopravvenuta nullità del patto di quota lite

1. Il patto di quota lite alla luce della nuova legge professionale forense.  2. Questioni di diritto intertemporale.

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Il patto di quota lite alla luce della nuova legge professionale forense.

Una prassi fortemente consolidata nella realtà forense e che non di rado mortifica i valori fondanti della professione forense, trasformando il rapporto professionale, in danno degli utenti della Giustizia economicamente più deboli, da rapporto di scambio a rapporto associativo è rappresentata dalla stipulazione del “patto di quota lite”, che con la legge n. 247 del 2012 recante “Nuova disciplina dell’ordinamento forense”, ha riportato in vita il (presunto morto) divieto di patto di quota lite.
La legittimità del patto di quota lite anche durante la vigenza della legge n. 248 del 2006 (di conversione del c.d. decreto Bersani) poneva numerosi dubbi all’interprete ove avesse ad oggetto una percentuale dei beni o degli interessi litigiosi spettanti al cliente in virtù dell’accoglimento della domanda, realizzando così, il massimo coinvolgimento dell’avvocato negli interessi del cliente.
Occorre rilevare, infatti, che l’art. 2, comma 1, lett. a) della legge 248/2006 disponendo che“[…] sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono […] il divieto di pattuire compensi professionali parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti”, poteva senz’altro legittimare durante la sua vigenza quei patti di quota lite in cui il compenso fosse correlato al risultato pratico dell’attività svolta, cioè all’esito della lite, fermo restando la condizione che la percentuale fosse rapportata al valore dei beni o degli interessi litigiosi secondo una valutazione ex ante compiuta al momento del conferimento dell’incarico professionale, ad uguale conclusione non poteva giungersi nel caso in cui il compenso fosse rappresentato da una parte dei crediti litigiosi, perché la norma de qua non faceva espressa menzione di questa forma di patto di quota lite, mentre il successivo comma 2-bis si limitava a modificare il testo del comma 3 dell’art. 2233 c.c. introducendo la forma scritta ad substantiam actus del patto sul compenso.
Esattamente, scompariva la norma che rappresentava l’ostacolo espresso e formale alla stipula di un patto di quota lite avente ad oggetto un compenso correlato al risultato pratico dell’attiva svolta, ma nessuna norma eliminava la condizione secondo la quale la percentuale del compenso andasse rappartata al valore del bene e degli interessi litigiosi in base ad una valutazione effettuata al momento del conferimento dell’incarico.
Mancava però la norma che legittimasse espressamente la particolare configurazione del patto di quota lite, “nella sua forma più ortodossa”, totalmente svincolato dal predetto rapporto, che pur non garantendo l’esclusione della commistione di interesse tra avvocato e cliente, costituiva comunque un limite che impediva la sproporzione e l’irragionevolezza dei compensi professionali.
Invero, l’art. 2, comma 1, lett. a) della legge 248/2006 non offriva alcun appiglio disciplinare circa la validità di un tale patto di quota lite, poiché esso si abbatteva unicamente sulle disposizioni legislative che vietavano di pattuire compensi parametrati sul raggiungimento degli obiettivi perseguiti.
Orbene, la percentuale andava rapportata al valore dei beni e degli interessi litigiosi e non poteva avere ad oggetto direttamente la percentuale della somma di denaro o la parte del bene attribuita ai cliente per effetto dell’esito vittorioso della lite: il risultato pratico dell’attività svolta (id est, l’esito della lite), assumeva rilevanza solo in ordine all’an debeatur, ma non in ordine al quantum.
La sopra citata lettura risulta confermata dall’interessante sentenza del Consiglio Nazionale Forense, che si occupava di una fattispecie ricadente sotto il testo dell’art. 2233 c.c., così come modificato dalla legge n. 248 del 2006, in relazione ai limiti di legittimità del patto di quota lite stipulato fra l’avvocato e il cliente fornendo un’interpretazione del patto di quota lite che, coerente con la sua originaria ratio, oggi trova una conferma, autentica e retrospettiva, nella nuova legge professionale forense L. n. 247 del 2012, affermando il seguente principio: “la percentuale può essere rapportata al valore dei beni o degli interessi litigiosi, ma non al risultato” con ciò negando la legittimità del patto di quota parametrato al solo risultato e ritendo, invece, legittimo quello parametrato al valore dell’affare determinato secondo il c.d. criterio della prognosi postuma ai fini del quantum.
Va rammentato ancora che il legislatore – nel modificare il decreto Bersani con la legge di conversione 248/2006 – non attribuisce alle parti una illimitata libertà di negoziazione del livello dei compensi che avvocati e clienti possono pattuire tra loro, poiché il comma 3 dell’ art. 2233 c.c. introdotto con la modifica apportata al testo originario del decreto legge fa tuttora seguito ad un invariato comma 2 del medesimo art. 2233 c.c., che continua a precedere il nuovo comma aggiunto e nel quale è rimasto prescritto che: “In ogni caso la misura del compenso (che può essere convenuto dalle parti per l’esecuzione di un contratto avente per oggetto una prestazione d’opera intellettuale) deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.
Su tale assetto ha inciso profondamente la legge n. 247 del 31 dicembre 2012, entrata in vigore il 2 febbraio 2013.
Più esattamente, nell’art. 13 di questa legge è contenuta la disciplina del compenso che: a) non richiama in vita le vecchie tariffe oramai definitivamente abragate dal D.L. n.1/2012 e poi riviste dal D.M. 55 del 2014, rimandando per la determinazione del compenso in sede giudiziale (o anche stragiudiziale), quando manchi il patto tra avvocato e cliente, ai parametri di quest’ultimo, che ha dato attuazione al comma 6 del precitato articolo; b) con il quarto comma (disposizione avente carattere imperativo) prevede: “Sono vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa”.
Se questa norma si incarichi di attestare la perdurante esistenza in vita di quel divieto che, apparentemente eliminato dalla Legge 248/2006, nella realtà sopravviveva ove avesse ad oggetto un compenso rappresentato da una parte dei crediti litigiosi, realizzando il massimo coinvolgimento dell’avvocato negli interessi del cliente o se invece reintroduca daccapo un divieto prima abolito è questione nominalistica; certo è che la nuova disposizione conferma un ritorno al passato, e cioè alla formulazione dell’art. 2233, comma 3, c.c. qual era prima dell’entrata in vigore della Legge n. 248/2006.
D’altro canto il comma 3 della citata disposizione prevedendo che “La pattuizione dei compensi è libera: è ammessa la pattuizione a tempo, in misura forfettaria, per convenzione avente ad oggetto uno o più affari, in base all’assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o prestazioni o per l’intera attività, a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione”, legittima esclusivamente i patti di quota lite aventi ad oggetto una percentuale sul risultato prevedibile al momento del conferimento del mandato difensivo -, e non sul risultato ottenuto. Tale interpretazione, come attenta dottrina suggerisce, trova il conforto nella lettera della legge, in quanto essa con l’inciso legislativo “si prevede possa giovarsene” evoca un rapporto con ciò che si prevede e non con ciò che costituisce il consuntivo della prestazione professionale.
Pertanto, all’indomani dell’entrata in vigore della legge 247 del 2012, l’anzidetto patto non può più vantare alcuno spazio di legittimità nel nostro ordinamento; anche laddove esso, per assurdo, si ritenesse legittimo durante la vigenza della legge 248 del 2006 (che solo entro certi limiti ha eliminato il divieto del patto di quota lite) non potrebbe più esserlo in applicazione della nuova legge professionale forense.

2. Questioni di diritto intertemporali.

Questione assai interessante è quella della sorte dei patti di quota lite stipulati sotto la vigenza della legge n. 248 del 2006 afferenti a rapporti di mandato professionale cliente-avvocato non ancora conclusi alla data di entrata in vigore della legge n. 247 del 2012 recante “Nuova disciplina dell’ordinamento forense”.
In tali casi, il patto di quota lite non ha ancora prodotto i propri effetti: da un lato, l’obbligazione a carico dell’avvocato di sostenere e anticipare tutte le spese occorrenti fino alla conclusione del giudizio, con l’accollo definitivo delle stesse in caso di esito sfavorevole della lite; dall’altro, l’obbligazione del cliente di corrispondere la quota dei crediti o della ragione litigiosa all’avvocato per effetto della sentenza conclusiva del giudizio che accolga la sua domanda.
Com’è noto la condizione di proponibilità dell’incidenza di una norma imperativa sopravvenuta è costituita dal carattere non esaurito del rapporto e/o della situazione giuridica su cui questa viene ad operare la sua valutazione.
Orbene, nel nostro ordinamento vige il principio generale di non retroattività della legge previsto dall’art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale (fonte primaria del diritto), ma ad esso il legislatore, salvo che in materia penale, può discrezionalmente derogare, secondo una valutazione riservatagli in via esclusiva.
Il divieto di retroattività di cui all’art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale non può essere esteso fino al punto di configurare l’ultrattività della normativa pregressa. Ciò significa che se il patto di quota lite (perfezionatasi nel vigore della previgente disciplina) non ha ancora prodotto i suoi effetti, ovverosia modificato le situazioni giuridiche delle parti, tali effetti non possono sfuggire alla valutazione operata dal diritto oggettivo in base ai nuovi parametri di giudizio introdotti dalla norma sopravvenuta.
Assai recentemente tale fondamentale necessità è stata ribadita con una valenza estesa all’intero ordinamento, ad eccezione del diritto penale ex art. 25, comma 2, Cost., dal Consiglio di Stato, sez. V, con la sentenza del 22 marzo 2016, n. 1180, il quale così si è espresso: “Anche se l’art. 11 delle preleggi dispone, in via di principio, l’irretroattività della legge e, conseguentemente, la salvezza degli atti compiuti sotto l’impero della legge anteriore, tuttavia è rimesso alla discrezionalità del legislatore regolare lo stato dei rapporti pendenti, valutando la scelta tra retroattività ed irretroattività, con il solo limite che non siano contraddetti principi e valori costituzionali
E che su tali effetti incida la norma sopravvenuta di cui all’art. 13, comma 4, lo dimostra chiramente l’art. 65, comma 1, della stessa legge, rubricato “Disposizione transitorie”, norma che sancisce il limite temporale oltre il quale non può trovare più applicazione la previgente normativa.
Più precisamente, l’art 65, comma 1, della L. 247/2012 prevede che: “Fino alla data dell’entrata in vigore dei regolamenti previsti nella presente legge3 si applicano se necessario e in quanto compatibili le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate”.
Pertanto, il patto di quota lite non potrà sottrarsi alla dichiarazione di nullità ex art. 1418, comma 1, c.c. per contrarietà alla norma imperativa sopravvenuta di cui all’art. 13, comma IV, della Legge n. 247 del 2012.
Sebbene l’art. 13 della Legge 247/2012 evidentemente non colpisca la “pattuizionesic et simpliciter, sulla quale, anzi, s’incentra lo stesso articolo 13, elevandola a strumento privilegiato della determinazione del compenso degli avvocati affermando, rispettivamente, al secondo comma che la pattuizione del compenso “di regola deve avvenire per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico” e al terzo comma il principio che “la pattuizione dei compensi è libera” legittimando anche i patti “a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione”, altrettanto evidentemente vieta i patti dai quali scaturisce come obbligazione per il cliente il pagamento all’avvocato di un compenso che abbia per oggetto “in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragiona litigiosa”.
Il fatto che il Legislatore abbia avvertito la necessità di qualificare quest’ultima forma di patti come eccezione rispetto alla regola secondo la quale la pattuizione dei compensi è libera, e con carattere imperativo ne abbia disposto il divieto, è la prova che essi inconfutabilmente non possono più vantare alcuno spazio di legittimità nel nostro ordinamento.
Quanto affermato trova conferma nella giurisprudenza di legittimità secondo la quale: “Il sopravvenire di nuove norme imperative (nella specie in tema di misura degli interessi e di loro capitalizzazione trimestrale) seppure non può incidere sulla validità del contratti già conclusi, impedisce, tuttavia che tali contratti producano per il periodo successivo alla data della loro entrata in vigore effetti contrastanti con quanto da essa stabilito” (Cassazione civile, sez. I, con sentenza del 28 ottobre 2005). Più recentemente, la Suprema Corte di Cassazione, ribadendo quanto affermato dalla Cassazzione civile, S.U. n. 26724 del 2007, ha pronunciato il seguente principio di diritto: “In tema di nullità del contratto per contrarietà a norme imperative, l’area delle norme inderogabili di cui all’art. 1418, comma 1, c.c., ricomprende, oltre le norme relative al contenuto dell’atto, anche quelle che, in assoluto, oppure in presenza o in difetto di determinate condizioni oggettive e soggettive, direttamente o indirettamente, vietano la stipula stessa del contratto ponendo la sua esistenza in contrasto con la norma imperativa” (Cassazione civile, sez. lav., 21/04/2016, n. 8066; c.f.r. Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 10 aprile 2014, n. 8462).