Il danno tanatologico e l’assurdo concetto dell’apprezzabile lasso di tempo

Una delle questioni più dibattute nella storia del nostro ordinamento in tema di risarcimento del danno da uccisione (danno biologico a parte!), che ha visto contrapporre generazioni di giuristi e far scorrere fiumi d’inchiostro tanto nella giusprudenza di merito quanto in quella di legittimità è il danno da perdita della vita o danno tanatologico.
Si tratta di un danno inquadrabile nella fattispecie della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., quanto agli elementi costitutivi e all’onere della prova, ed è  risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c., la cui interpretazione costituzionalmente orientata, in verità,  consente il risarcimento dei danni non solo quando siano conseguenza di un reato, ma in tutti i casi in cui avvenga comunque la lesione di interessi della persona riconosciuti dalla Carta fondamentale.
Esso consiste nel danno da perdita della vita nel caso in cui la morte della vittima sopraggiunga immediatamente o entro un brevissimo lasso di tempo dalle lesioni ricevute.
Il danno tanatologico è un tema lungamente affrontato in dottrina e giurisprudenza, poiché solleva problematiche in ordine alla sua configurabilità, risarcibilità e contiguità logica con altre voci risarcitorie relative alla perdita della vita.
La prevalente giurisprudenza ha negato la risarcibilità del danno tanatologico in capo alla vittima e la sua conseguente trasmissibilità ai suoi eredi, sebbene abbia riconosciuto il risarcimento del danno biologico terminale, che ricorre ove la vittima sia sopravvissuta per un apprezzabile periodo di tempo intercorso tra la lesione e la morte, e al danno catastrofale, (altrimenti detto danno morale terminale) che ricorre ove la vittima abbia avuto consapevolezza durante lo stato di lucidità della morte imminente avvertendone così l’angoscia.
Se è vero che il danno non patrimoniale ha carattere unitario e, dunque, debbono essere evitate duplicazioni risarcitorie, mediante l’attribuzione di somme separate e diverse in relazione alle diverse voci (danno da perdita del rapporto parentale, sofferenza morale, danno alla salute, danno estetico, ecc.), i danni non patrimoniali debbono comunque essere integralmente risarciti, nei casi in cui la legge ne ammette la riparazione (Cassazione civile SS.UU.  n. 26972/08).
Pertanto, in base al principio dell’integralità del risarcimento il Giudice attraverso la c.d. personalizzazione del danno sofferto dalla vittima dell’illecito, all’atto della liquidazione, non può non tener conto dei diversi aspetti in cui il danno si atteggia nel caso concreto.
Ciò vale a spiegare perché la configurabilità o meno del danno da perdita della vita della vittima di un atto illecito e la conseguente trasmissibilità iure successionis agli eredi della vittima sia tutt’altro che una mera questione teorica.
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Come si accenava l’orientamento prevalente della Cassazione è nel senso di negare la risarcibilità del danno da perdita della vita (ex plurimis Cass., n.1704/97; Cssa., n.6404/98; Cass., n. 2134/2000; Cass., n. 4783/2001; Cass., n. 11255/2002; Cass., n. 3766/2005; Cass., n. 15706/2010).
Più recentemente, le SS.UU della Cassazione con la sentenza n.15350/2015 hanno affermato il seguente principio di diritto: “Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis. Se infatti, è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che pressupone necessariamente l’esistenza di un soggetto di diritto”.
E ancora più recentemente, la Cassazione con la sentenza n. 22451 del 2017 (di cui appresso si dirà) è tornata sulla questione del danno tanatologico ribadendo i principi fissati dalle SS.UU. nella Sentenza n. 15350 del 2015.
Chi scrive è persuaso dall’idea che le argomentazioni logico-giuridiche di tale orientamento abbiano la stessa dignità di quelle sostenute dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, nonché da una larga parte della dottrina, che riconoscono la risarcibilià del danno da perdita della vita trasmissibile ai congiunti in qualità di eredi della vittima deceduta, ma soprattutto che sia assurda l’idea di escludere o ammettere il risarcimento del danno da uccisione sulla base del vago concetto “di apprezzabile lasso di tempo”.
Una svolta verso la risarcibilità iure hereditatis del danno da perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da atto illecito è avvenuta con la sentenza del 23 gennaio 2014, n. 1361 secondo la quale “Il risarcimento del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto (o ragione di credito) è trasmissibile iure hereditatis, atteso che la non patrimonialità è attributo proprio del bene protetto (la vita) e non già del diritto al ristoro della lesione ad esso arrecata”.
Con tale sentenza la Cassazione ribaltando il precedente contrario e costante orientamento, ha dato luogo ad un contrasto insanabile sul tema del danno tanatologico, contrasto sopito dalla citata sentenza delle SS.UU. dei Giudici di Piazza Cavour.
Va rilevato che, seppur risalenti, nella giurisprudenza di merito non sono mancate sentenza di accoglimento del danno tanatologico (ex multis:Trib. Venezia 15.06.2009; Trib. Terni 20.04.2005; Trib Santa Maria Capua Vetere 14.05.2003; Trib. Foggia 28.06.2002; Trib Civitavecchia 26.02.1996; App. Roma 4.6.1992).
Invero, l’irrisarcibilità del danno da perdita della vita poggia essenzialmente su quattro argomentazioni tralatizie e superabili: 1) il principio che fa leva sulla mancanza di un soggetto a cui riferire il danno ed il relativo risarcimento. Esso ritiene che posto che la morte lede il bene vita, la perdita dà luogo ad un danno risarcibile solo in presenza di un soggetto che sia legittimato a far valere il relativo credito risarcitorio, se questo soggetto non c’è più, qualunque risarcimento è precluso, non avendo più alcuna utilità per il defunto; 2) l’inconsistenza giuridica del fatto che il vuoto di tutela sia in contrasto con la predominante coscienza sociale; 3) il riconoscimento del risarcimento del danno da perdita della vita attribuirebbe al medesimo una funzione punita negando così la natura compensativa del diritto al risarcimento del danno; 4) l’inammissibilità della configurazione della morte immediata come danno-evento autonomamente risarcibile.
Il primo argomento, appare tutt’altro che insuperabile.
In primo luogo, si è rilevato che la morte non è quasi mai istantanea, e che anche un tempo brevissimo è più che sufficiente per determinare un danno in capo alla vittima e far entrare la relativa posta risarcitoria nel suo patrimonio. Esistono casi, come quelli di cui all’art. 2122 c.c., in cui vengono trasmessi in via ereditaria dei crediti che non sono mai stati, neanche per un momento, parte del patrimonio del defunto.
Pur nell’improbabile ipotesi in cui la morte seguisse come effetto immediato della lesione mortale, essa non varrebbe ad estinguere l’effetto del diritto di risarcimento, poiché il diritto di risarcimento è un diritto trasmissibile e per definizione la morte non estingue i diritti trasmissibili.
In secondo luogo, posto che il danno mortale è sicuramente un danno ingiusto che colpisce un diritto sicuramente riconosciuto dalla nostra Costituzione e che la sua lesione ha conseguenze penali, cui consegue sicuramente l’applicazione dell’art. 2059 c.c., non si dovrebbe dimenticare che la produzione di un danno ingiusto determina in prima battuta l’obbligo, per il soggetto cui quel danno sia imputabile, di risarcirlo; l’individuazione del beneficiario finale del risarcimento rimane in secondo piano rispetto all’obbligato e al suo obbligo di risarcimento. E’ troppo semplicistico, e di fatto comporta un’inversione logica che elimina il problema spostandolo dal piano giuridico a quello meramente materiale, partire dal fondo (cioè dal beneficiario del risarcimento) anziché dal presupposto (c’è un danno risarcibile?).
Quanto al secondo argomento, è proprio la sentenza della Cassazione 23 gennaio 2014, n. 1361, che ha rimarcato l’intollerabilità, per la coscienza sociale, del diniego di ristoro per il danno da morte.
E’ vero che la coscienza sociale non rientra tra le fonti del diritto, nondimeno, ciò non significa che non abbia alcun valore. Senza di essa, si può facilmente ritenere che il risarcimento del danno alla persona sarebbe ancora fermo alla teoria della distinzione tra danni morali diretti e danni morali indiretti.
E’ appena il caso di sottolineare che senza la spinta di quella coscienza sociale non sarebbe mai cresciuto quel dibattito scientifico che avrebbe portato alle storiche sentenze gemelle del 2003 (sentenze della Cassazione nn. 8827 e 8828) e poi a quelle di San Martino (sentenze a Sezioni Unite della Cassazione nn. 26972/08 e ss.), con tutte le conseguenze del caso.
E’ assurdo che il bene inviolabile e fondamentale per eccellenza – posto al primo gradino nella scala gerarchica dei valori costituzionali – sia privo di tutela risarcitoria.
Del resto, sotto altro profilo, va rilevato che se si risarcisse il danno da morte non ci sarebbe più ragione di contrapporre  vita e salute, di discettare di danno catastrofale o terminale e, soprattutto, di “cronometrare” assurdamente il tempo necessario a consolidare la lesione.
Relativamente al terzo argomento, occorre obiettare che la funzione compensativa del diritto al risarcimento del danno da perdita della vita risulta pienamente assolta in quanto il diritto accresce il patrimonio ereditario della vittima.
Il patrimonio della vittima si devolve agli eredi, ma ciò non priva la vittima del vantaggio acquisito al suo patrimonio. Gli eredi sono infatti i successori della vittima, che questa ha interesse a beneficiare in quanto partecipi della sua famiglia.
Ritenere che la funzione risarcitoria sia esclusa se la prestazione non è appresa dalla vittima risponde alla concezione dell’incedibilità e intrasmissibilità del diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali.
Questa concezione è ormai del tutto abbandonata dall’ammessa cedibilità e trasmissibilità del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, da ciò consegue che il passaggio del diritto ad altri titolari è una vicenda compatibile con la sua funzione risarcitoria.
Se non si dubita che, ad esempio, il diritto al risarcimento del danno biologico terminale rimane un diritto risarcitorio pur se a riscuoterlo sia l’erede, non può negarsi la risarcibilità del danno tanatologico adducendo che la prestazione pecuniaria è destinata ad essere percepita dai successori.
Infine, quanto al quarto argomento, sebbene sin dalle sentenze di San Martino del 2008 si sia consolidato il principio della irrisarcibilità dei danni-eventi, come rilevato dalle sentenza della Cassazione 23 gennaio 2014, n. 1361, nei casi di danno da perdita della vita va ravvisata un’imprescindibile eccezione, in quanto la morte non comporta la perdita di qualche bene della vittima, ma la perdita di tutto ciò che la vita racchiudeva.
Non si tratta allora di verificare quali conseguenze siano derivate dal danno-evento della morte in quanto la morte pone fine alla vita della persona escludendo qualsiasi effetto ulteriore in cui la vita avrebbe potuto dispiegarsi.
E’ quindi nella perdita della vita che si consuma il danno sofferto dalla vittima.
Con la sentenza del 27.09.2017 n° 22451 la Cassazione torna sulla questione del danno tanatologico ribadendo i principi fissati dalle SS.UU. nella sentenza n. 15350 del 2015.
Nella parte motivazionale la Suprema corte ritiene che “alla vittima può essere risarcita la perdita di un bene avente natura non patrimoniale, nella misura in cui la stessa sia ancora in vita: presupponendo la vicenda acquisitiva del diritto alla reintegrazione della perdita subita la capacità giuridica riconoscibile soltanto ad un soggetto esistente (art. 2 col c.c.); i danni non patrimoniali risarcibili alla vittima, trasmissibili “jure hereditatis”, possono pertanto consistere: a) nel “danno biologico terminale determinato dalla lesione al bene salute quale danno-conseguenza consistente nei postumi invalidanti che hanno caratterizzato la durata concreta del periodo di vita del danneggiato dal momento della lesione fino all’exitus: l’accertamento del danno-conseguenza è questione di fatto e presuppone che le conseguenze pregiudizievoli si siano effettivamente prodotte, necessitando a tal fine che tra l’evento lesivo e il momento del decesso sia intercorso un “apprezzabile lasso temporale” (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 1877 del 30/01/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 15491 del 08/07/2014; id. Sez. 3, Sentenza n. 22228 del 20/10/2014; id. Sez. 3, Sentenza n. 23183 del 31/10/2014); b) nel danno catastrofale, consistente nello stato di sofferenza spirituale od intima (paura o patema d’animo) sopportato dalla vittima nell’assistere al progressivo svolgimento della propria condizione esistenziale verso l’ineluttabile fine-vita: anche in questo caso, trattandosi di danno-conseguenza, l’accertamento dell’ “an” presuppone la prova della “cosciente e lucida percezione” dell’ineluttabilità della propria fine e (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 6754 del 24/03/2011; Id. Sez. 3, Sentenza n. 7126 del 21/03/2013; id. Sez. 3, Sentenza n. 13537 del 13/06/2014); c) rimane invece esclusa la risarcibilità del danno consistente nella “perdita del bene-vita” (cd. “danno tanatologico”), autonomo e diverso rispetto al bene-salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, per colui che cagiona la morte “uccidere è più conveniente che ferire”!